Articolo di Enrico Zoi per la Rubrica  “A tavola con…” – Che rapporto aveva Carlo Giuffrè, uno dei grandi attori del nostro teatro di prosa, con il cibo e con tutto ciò che ad esso ruotava intorno? Ci risponde il figlio Francesco Giuffrè, regista, autore e formatore teatrale, erede, quindi, della passione paterna e comunque di famiglia.

Che rapporto aveva Carlo Giuffrè con il cibo?

“Papà aveva un ottimo rapporto con l’enogastronomia – esordisce Francesco Giuffrè. Amava assolutamente mangiare e la convivialità dello stare a tavola. Dopo ogni spettacolo, in tournée, una delle prime preoccupazioni era il ristorante dopo la replica. Ci teneva che tutti andassero a cena: era proprio una liturgia, che faceva parte della stessa tournée.

E si stava fino alle due o le tre di notte con aneddoti, si suonava e si cantava. Io l’ho seguito spesso: era un momento molto bello. E gli piaceva mangiare! Io credo che dipendesse dall’avere vissuto gli anni della guerra e quindi avuto da piccolo un rapporto quasi di mancanza di cibo. Ricordo mia mamma che gli diceva: ‘Carlo, calmo!’. Aveva una voracità nel mangiare come, appunto, se il cibo gli fosse mancato: ora che poteva averlo, gli piaceva tantissimo! Era sicuramente un rapporto di gioia”.

Piatti preferiti di Carlo Giuffrè?

“Condivideva insieme a Marcello Mastroianni l’amore per la pasta e fagioli. Noi avevamo una casa a Castiglioncello, nel Livornese. Ricordo che, da bambino, si facevano lì delle grandi cene. E poi all’epoca, a Castiglioncello, c’erano anche Paolo Panelli, Mastroianni, Alberto Sordi. E c’erano delle date quasi fisse.

Ai miei toccava la cena di Ferragosto nel piazzale della villa: due tavolate enormi, che radunavano queste persone che, per me, allora erano semplicemente gli amici dei miei genitori, più che illustri personaggi. Si cenava, si mangiava, si gozzovigliava tra gli aneddoti, con questo grande amore per la pasta e fagioli sia di Marcello sia di papà, ma un po’ di tutti. Comunque, a papà piaceva in assoluto tutta la pasta e i primi. Anche il cacciucco, il cibo povero, il pane: mangiava tantissimo pane, con cui accompagnava qualsiasi cosa. Il pane era il simbolo di ciò che era mancato durante la guerra. Amava anche le patate”.

A dolci come andava?

“Non era un grandissimo amante dei dolci. Sì, la cioccolata gli piaceva molto: il pezzettino da staccare con le mani. Anche le crostate: ecco, pure con i dolci, andava sulla semplicità”.

Con cosa accompagnava i suoi pasti?

“Vino rosso. Non beveva tanto: il vino faceva parte dello stare in compagnia. Soprattutto quando c’erano degli ospiti o in tournée. Da solo non beveva”.

Ma lui cucinava?

“No, papà era dedicato solo al teatro. Non ho un ricordo di papà che cucinasse!”.

Come festeggiavate, per esempio, il Natale?

“Lo festeggiavamo il 24 dicembre. Da quando ero piccolo fino ai miei venti/ventidue anni ho dei bellissimi ricordi. Condividevamo il cenone con una famiglia di amici. Era bello il senso dell’attesa. Oggi – e lo vedo anche con le mie figlie – è tutto più veloce. All’epoca, il Natale era una cosa incredibile! Nel menu, c’erano il capitone, l’insalata di rinforzo, il pesce e gli struffoli, portati da questa amica napoletana. E lui li adorava. Il cenone era una gioia, un piacere.

Durava tanto, non c’era fretta, c’era il momento dello scarto dei regali. Il giorno dopo, a pranzo, restavamo noi di famiglie e mangiavamo quello che era rimasto. Quando organizzavano le tournée, papà faceva sempre mettere le date di Roma (quasi un mese o al Quirino o all’Eliseo) per le vacanze di Natale: non ha mai mancato un Natale. Ci teneva a essere a casa. Tieni conto che, all’epoca, le tournée erano date su date per tutta l’Italia da settembre (con le prove) fino all’estate, con l’interruzione solo, appunto, delle festività natalizie e pasquali. Il riposo del lunedì aveva un senso, non come ora”.

Quando era in viaggio, per lavoro o per vacanza, era uno che assaggiava?

“Aveva le sue certezze culinarie, ma era davvero curioso. Amava tutta la cucina. Era molto legato a quella del Sud, ma anche a quella toscana. Del resto, avevamo casa a Castiglioncello. Una cosa simpatica che mi raccontava mia mamma è che a volte non riconosceva quello che mangiava e chiedeva: ‘questo cos’è?’. Capitava magari con delle verdure particolari, forse per il modo con cui erano cucinate.

Era legato ad alcuni piatti, soprattutto della tradizione. Per la verità, non era uno che sperimentasse molto. Non andava nei ristoranti gourmet o stellati. C’è ancora una trattoria in Puglia, l‘Antica Trattoria Comes di Polignano a Mare, dove si sentiva a casa, anche se magari ci tornava una volta l’anno nei suoi giri teatrali. Quando andavamo nei ristoranti che lui conosceva, era come tornare in un ambiente familiare.

Se arrivava con la compagnia, instaurava con i ristoratori un rapporto quasi di amicizia. Erano sempre contenti di riceverlo. E lui era raro che cambiasse trattoria o ristorante. Lì a Polignano sono andato anni fa anch’io con mia moglie e le bambine: un posto molto semplice, un clima e una conduzione familiari e accoglienti. Amava molto quell’atmosfera, oltre che le pietanze”.

Oltre all’amore per il teatro, enogastronomicamente parlando, cosa hai ereditato da lui?

“Anche io sono vorace nel mangiare. Me lo dice mia moglie, me lo dice mia madre quando la vado a trovare. E ho il piacere nel sedermi a tavola: non lo faccio solo per cibarmi, ma lo sento come una grande condivisione. Le cene che faccio dopo gli spettacoli sono per me importanti: si parla della serata, di teatro, a tavola nascono cose e idee. È un momento oltre il cibo, per la convivialità”.

Un ritratto di papà?

Mi piace citare un ricordo di quando aveva già sugli ottant’anni e faceva Felice Sciosciammocca nel Medico dei pazzi in teatro. Credo che fossimo a Palermo. Io ero nel suo camerino. Lui si stava preparando per andare in scena. Era davanti allo specchio e io seduto dietro di lui, anche un po’ distratto. Con grande serietà, mi chiese se secondo me i baffetti del protagonista facessero più ridere in su o in giù.

Lo guardai e risposi: ‘In su, papà, in su’. E lui li mise in su. In questa domanda così semplice, c’era tutta la sua serietà e ossessione nell’affrontare un mestiere così particolare. Aveva ottant’anni. Di solito a quell’età si è alla fine di un percorso, ma che mestiere è questo che ti fa affrontare lo specchio con questa serietà?

Sembrava che mi stesse domandando una cosa dalla quale dipendevano le sorti di non so che cosa! Se un baffo fosse più comico in su o in giù. Ecco, questa che non so chiamare in altro modo che ‘serietà’ in una commedia è un valore che è rimasto in me, che faccio lo stesso mestiere, un mestiere che si può fare soltanto in questa maniera così ossessiva e seria”.

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