Articolo di Enrico Zoi per la rubrica “A tavola con…” – Martine Brochard era una donna affascinante: attrice di cinema, teatro e televisione, ma anche ballerina – è con la danza che inizia la sua carriera artistica – e scrittrice di favole per bambini.
Ha attraversato gli anni ’70 dello spettacolo italiano divenendone un’icona gentile e ammaliante. La ricordiamo, fra gli altri film, ne La governante (1974), tratto dall’omonima pièce di Vitaliano Brancati e diretto da Giovanni Grimaldi, con cui l’attrice vinse la Maschera d’argento. In tv, nel 1970, era nel cast dello sceneggiato I giovedì della signora Giulia, a fianco di Claudio Gora e Tom Ponzi, ma è stata attiva fino al terzo millennio in varie fiction, per esempio nelle varie stagioni de Il bello delle donne. A teatro, ha lavorato in spettacoli di Noël Coward, Molière, Ray Cooney, Plauto e Jean Cocteau.

Martine Brochard in Armiamoci e partite
Un’ artista a tutto tondo
Un’artista a tutto tondo della quale, prima di addentrarci nel suo rapporto con la tavola, aiutati dal figlio, il regista Ferdinando Ceriani, ci piace ricordare, come momento magico e in parte aneddotico, il suo esordio cinematografico, perché non a tutti capita di iniziare la carriera recitando in un film del Maestro François Truffaut! Nella fattispecie, Baci rubati. Correva l’anno 1968…
Martine Brochard e François Truffaut
“Truffaut era innamorato di mia madre – racconta Ceriani -. Quando la conobbe, le fece la corte. Lei viveva con il mio nonno, suo padre, e Truffaut andava a trovarla a casa portandole splendidi mazzi di rose e invitandola a uscire con lui. La portava sempre al cinema per poi parlare con lei dei film visti. Insomma, ci ha provato! Tuttavia, la mamma non ha mai ceduto. Poteva diventare la sua Musa, però lei diceva: ‘Era affascinante, ma non mi piaceva fisicamente!’”.

Martine Brochard a una cena con Philippe Noiret
Martine Brochard e la tavola
Veniamo ora alla buona tavola e alla cucina! “Mia madre nasce come ballerina classica e poi moderna e con la danza ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo, dunque il rapporto con il cibo era abbastanza conflittuale. Doveva restare magra e quindi mangiava poco e pure male, come mi raccontava.
Quando poi è venuta in Italia, si è lasciata un po’ corrompere dalla nostra cucina. Per la verità, non è mai stata una grande cuoca, però, dopo che sono nato io e anche con il suo nuovo marito, Franco Molè, ha tentato di sperimentare qualcosa.
Lei amava molto la pizza: la Margherita, talvolta quella romana, pomodoro e alici (finché queste ultime un Capodanno non le scatenarono una forte reazione allergica). Non amava la pasta: non ne ha mangiata, nonostante vivesse in Italia, fino a pochi anni fa”.

Martine Brochard con Franco Molè e il figlio Ferdinando da piccolo
Perché non amava la pasta
“Ma perché, in Francia, quando era piccola, la pasta si mangiava come contorno insieme alla carne e alle verdure, tutta scotta. Quegli spaghetti erano praticamente immangiabili, però li doveva finire. Lo schifo era tale che, quando poi arrivò nella patria della pasta, non ne volle mangiare per decenni!”.
Altre pietanze oltre la pizza?
“La mozzarella di bufala, il pesce in tutte le salse tranne che, ovviamente, con la pasta. Non era un’amante dei dolci. Ne mangiava pochissimi. Semmai il gelato: quello di nocciola le piaceva tanto. Come le crêpes. Era francese di origini bretoni: la mia nonna era nata a Brest, il porto sull’Atlantico.

La locandina de La governante
Lì i prodotti sono le ostriche – e infatti mia madre le amava insieme a tutti i crostacei –, il cidre, bevanda tipica della zona fatta con le mele, che a lei piaceva, e le crêpes, di cui era golosa. Adorava poi lo champagne, apprezzando anche lo spumante. Però, dimostrando in questo caso di essere rimasta francese, diceva che tra i due non c’era battaglia: vinceva sempre lo champagne. Qui sta il ritratto culinario di mia madre, una che cucinava poco. Lavorando lei molto, infatti, si era spesso al ristorante”.
C’erano dei ristoranti preferiti?
“Sì, andava frequentemente in quelli aperti dopo teatro, specialmente a Roma. Fra tutti, Dante, che esiste ancora. Andavamo spesso nei ristoranti di Trastevere. Questo perché, per tanto tempo, Franco Molè gestiva il Teatro alla Ringhiera, un piccolo spazio in via dei Riari, una traversa di via della Lungara, una delle strade principali appunto di Trastevere, a due passi dall’Accademia dei Lincei. Lì, al Teatro alla Ringhiera, uno spazio storico delle avanguardie degli anni ’70, si svolgevano le prove.
Intorno, c’erano varie trattorie dove spesso Franco andava e quindi pure la mamma: Da Zi’ Umberto, vicino a piazza Sonnino, e poi Agustarello, al Testaccio. Quando io ero ancora piccolo, da Roma ci trasferimmo nel paesino di Morlupo, sempre intorno alla capitale. Anche lì c’erano due ristoranti, che adesso non esistono più. Noi li frequentavamo”.
Un rapporto un po’ distaccato, il suo, con il cibo, dunque?
“Le piaceva mangiare, quello sì, ma, se per alcuni è una fonte di gioia e di convivialità, per mia madre era una necessità di sopravvivenza. Non ha mai esclamato: ‘Adesso si mangia!’. Al posto del mangiare c’era lavorare sul palcoscenico o sul set cinematografico, incontrare gli amici, andare a vedere degli spettacoli”.
I pranzi o cenoni classici, diciamo Natale e Pasqua, come avvenivano?
“I cenoni canonici, di Natale o Capodanno, tendenzialmente non li facevamo! Spesso, anzi, venivano proprio evitati. Mia madre aveva tutta la famiglia in Francia, quindi era complicato sia andare noi sia per loro venire in Italia. Franco aveva la sua di famiglie a Terni, ma erano tantissimi e mia madre evitava accuratamente di andarci perché… si rompeva le scatole! Invece, io mi ricordo cenoni enormi legati agli spettacoli.

La locandina di Baci rubati
La nostra casa è stata spesso teatro di cenoni enormi con tutti gli attori della compagnia e i loro amici! Nel 1994, in occasione dei Mondiali di calcio americani, nella piazza di Morlupo, concessa dal Comune, avevamo allestito una struttura per fare le prove di uno spettacolo. Credo fosse Caravaggio.
Una cosa come sedici attori in scena: mia madre, Valeria Fabrizi, Franco Molè e altri. Finite le prove, spostandoci di pochi metri, l’intero gruppone veniva a cena a casa nostra per vedere insieme le partite di Usa ’94. Più che tavolate erano baccanali! Si mangiava di tutto. Non è che cucinasse la mamma. Lei ordinava i polli fatti in un certo modo, le patate al forno, le mozzarelle. Cibi che arrivavano già pronti e noi ce li mangiavamo in queste grandi cene festaiole legate agli spettacoli.
Anche quando mia madre e Franco Molè si sposarono – c’erano personaggi come Oreste Lionello e Riccardo Garrone -, si organizzò una di queste grandi cene. Era poco dopo che lei aveva recitato al Sistina in Taxi a due piazze, di Ray Cooney, per la regia di Pietro Garinei, metà degli anni ’80, con un cast stellare: insieme a lei, Paola Quattrini, Johnny Dorelli, Paolo Panelli, Riccardo Garrone e Toni Ucci. Poi venivano tutti alle nostre cene!”.
Il cibo in viaggio
Parliamo ora del cibo in viaggio, che sia di piacere o una tournée. La mamma era una che assaggiava o era una conservativa?
“Direi abbastanza conservativa. Mangiava poca carne e molto pesce. Non ho ricordi di lei che andasse a provare, per esempio, le cucine orientali, anche perché non amava il piccante né il troppo speziato. Pensa che una volta la portai a un ristorante indiano – a me queste cucine piacciono – e lei non assaggiò quasi niente a parte il riso! Delle cucine esotiche, apprezzava, in Spagna, la paella con il pesce”.
Per il bere, a parte lo champagne?
“Pur essendo un’amante della pizza, non amava la birra. Beveva vino bianco o rosso, con prevalenza per il rosso. Apprezzava molto i vini italiani, benché i suoi preferiti rimanessero i francesi: il Bruit, il Bordeaux, il Beaujolais. E poi lo champagne, forse il suo unico ‘vizio’ al quale non sapeva resistere. Lo beveva in qualunque momento”.

Martine Brochard
Qualche altro aneddoto?
“Quando ero piccolo, mi ricordo alcune autentiche fisse. Per un lungo periodo, a casa mia, si prendeva il pane ternano, sciapo, le mozzarelle, si beveva il rosé, forse l’unica volta in vita sua, e si mangiavano i polli allo spiedo. Polli su polli! Magari perché ancora non aveva una grossa cultura culinaria. In un altro periodo, sempre zucchine!
Poi, per amore, imparò a cucinare. Pensa che a noi faceva la pasta e aveva imparato a fare l’amatriciana, la carbonara, il sugo di vongole, ma non la voleva nemmeno assaggiare: per il punto di cottura chiedeva a noi. Poi, negli ultimi anni, aveva iniziato a mangiarla, anche per motivi di salute, e le era anche piaciuta, ovviamente, tornando a quanto detto all’inizio sulla versione francese degli spaghetti, cucinata all’italiana!”.

La compagnia di Taxi a due piazze di Ray Cooney
Un ritratto di tua madre a tutto tondo?
“È stata una donna di una forza pazzesca. Parlo di resilienza e resistenza. Ha avuto una bella vita, ma anche difficile, poiché si ammalò di leucemia nel 2003 ed è morta a ottobre del 2025. Ha quindi lottato per oltre vent’anni. Lottato in modo positivo: ha continuato a lavorare nello spettacolo, ha scritto libri. Non si è mai abbattuta. Aveva un amore eccezionale per la vita. Aveva anche una grande fede, che l’ha molto aiutata.
Forse proprio per tutto quello che aveva dovuto passare, diceva sempre che la vita è un bene prezioso e che ogni minuto va vissuto intensamente. Aveva tenacia, forza e fede nella vita: questo è uno degli insegnamenti più grandi che mi ha lasciato. E poi, anche negli ultimi mesi, i più duri, non si è mai lamentata: sorridente, carina con chiunque la venisse a trovare, un atteggiamento sempre positivo. Non era buona a prescindere: era una persona positiva. E questa positività l’ha aiutata tanto nella vita. Una positività che lei stessa nutriva e manteneva, credendoci e combattendo”.