Articolo di Enrico Zoi per la rubrica “A tavola con...” – Continua il nostro seguitissimo percorso che ripercorre i gusti dei grandi personaggi italiani perché la memoria storica delle nostre abitudini alimentari (e non solo)passa anche da qui.
Affidiamo ad Andrea, figlio di Narciso Parigi, cantante e attore fiorentino di Campi Bisenzio (come Carlo Monni), attivo per una settantina d’anni, il ricordo del suo grande padre. L’ottica è naturalmente quella del suo rapporto con la buona tavola, sempre efficace a raccontare le persone, i caratteri, le vite.

I successi di Narciso Parigi
Rammentiamo prima alcuni grandi successi (tutti è impossibile e ci scusiamo delle inevitabili omissioni) di questo artista che fu molto popolare anche negli Stati Uniti: Angelina, Prigioniero d’un sogno, Tango del mare, Io t’ho incontrata a Napoli, Terra straniera, Incantatella, Ci ciu ci cantava un usignol, Firenze sogna, Mattinata fiorentina, Le ragazze di Monticelli e l’immortale Canzone Viola, inno ufficiale della sua Fiorentina.
Attivo fino all’ultimo, ci piace citare anche come, nel 2018, Narciso Parigi abbia dato il via, da direttore artistico alla produzione discografica Italia, America e ritorno, ideata insieme a Lorenzo Andreaggi, CD con 17 brani scritti per lo più dallo stesso Parigi e cantati da Andreaggi con la partecipazione di molti artisti: da Stefano Bollani a Irene Grandi, da Saverio Lanza a Fabio Armiliato, da Antonio Aiazzi dei Litfiba ad Alessandro Finazzo e Marco Bachi della Bandabardò. Il disco uscì postumo il 13 novembre 2020, prodotto da Sergio Salaorni (Larione 10). Attivo fino all’ultimo, appunto!

La parola ad Andrea Parigi
Ma veniamo a noi e diamo la parola ad Andrea Parigi: cosa amava bere e mangiare Narciso Parigi?
“Babbo non era un grande bevitore – risponde -. Un bicchiere di vino, ma nel bere non si lasciava molto andare. Nel mangiare invece sì. Gli piaceva molto, soprattutto quando era più giovane. Amava i cibi più semplici. Esempi? A Campi Bisenzio, sua città d’origine, mangiavano i roventini [frittelle di sangue di maiale senza uova, solo con un po’ di farina], che erano la cosa che a lui in assoluto piaceva di più, anche se gli facevano molto male. Li mangiava sapendo che poi la notte l’avrebbe scontata!
Poi gli piacevano tantissimo il baccalà (in tutti i modi) e le aringhe! Mi raccontava che, prima della guerra, passavano per le strade i carretti con le aringhe appese e la gente ci strusciava un po’ di pane per prenderne il sapore. Ecco, lui era rimasto legato a queste pietanze più semplici e, ai tempi, forse anche più povere. Oggi lo sono meno. Adorava anche l’ossobuco Altre cose, tipo, ad esempio, i crostacei, non li mangiava”.
Da campigiano, come andava con la pecora?

La locandina di Terra straniera, con Narciso Parigi
“La pecora non gli piaceva tanto. Qualche volta la mangiava, ma non ne andava matto. Forse anche perché, da Campi, era venuto via piuttosto presto: a 17 anni si trasferì a Roma. La sua passione sfrenata erano i roventini!”.
Hai detto che beveva moderatamente, ma, quando lo faceva, cosa sceglieva?
“Non beveva quasi mai vino bianco, amava il rosso, soprattutto il Chianti, in particolare quello della zona di Montespertoli. E tutti vini non troppo strutturati, abbastanza leggeri. 12 gradi per lui erano perfetti. Adesso è un po’ difficile trovare i rossi a 12 gradi! Dopo che se n’è andato, in cantina ho trovato dei vini che magari comprava, ma poi non beveva. Vini vecchissimi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, che ora saranno da buttare via. Non era nemmeno un appassionato di superalcolici né di bibite: acqua!”
Aveva un suo ristorante preferito?
“Un suo amico fraterno era Vincenzo Sabatini, insieme al quale era stato anche nel Consiglio della Fiorentina ai tempi del secondo scudetto. Così, i miei ricordi da bambino sono legati allo storico Ristorante Sabatini di Firenze (leggi il nostro articolo sulla storia di questo famoso ristorante fiorentino): eravamo sempre lì. Una volta chiuso Sabatini, babbo aveva anche altri amici titolari di ristoranti, tipo il Buca Lapi di Luciano Ghinassi, che, oltre tutto, era un ex musicista. Poi dipende.
Sai, quando il babbo era in piena attività, la sera era spesso fuori, per cui chiaramente, se poteva, cercava di stare e mangiare a casa! Quando eravamo bambini noi, a volte stava fuori anche due o tre mesi, così, una volta rientrato, stava, appunto, a casa! Per lo meno, cercava di farlo.

Mi ricordo anche di un altro dei suoi più cari amici, Dino Castellani, un costruttore. Il babbo mi raccontava che, quando finiva un palazzo (si era tra la fine degli anni ’50 e i ’60, quindi si edificava tanto), l’ultimo giorno di lavoro Castellani cucinava per tutti gli operai che avevano lavorato nel cantiere e faceva il baccalà! Così lui ha mangiato spesso questo baccalà preparato in cima ai tetti dei vari palazzi costruiti. Era un’usanza non solo del suo amico, ma dell’epoca”.
Come si rapportava con le cucine che sperimentava nei suoi viaggi di lavoro? Penso, ad esempio, agli Stati Uniti, una cucina molto diversa dalla nostra…
“Credo che se la sia cavata abbastanza bene! Anche perché, negli Stati Uniti, c’erano tantissimi italoamericani, per cui molto spesso era invitato da queste famiglie, magari pure di seconda generazione, però con gli antenati italiani. Sì, se la cavava. Comunque, quando viaggiava per la musica, si adattava. Se avesse dovuto andare in giro per altre ragioni forse no, ma per la musica e il canto si adeguava un po’ a tutto. Negli anni ’60, è stato in Giappone, in Russia, in Medio Oriente, insomma in luoghi dove le cucine erano e sono davvero diverse”.
Assaggiava?
“Penso di sì. Si buttava. Non aveva problemi, anzi! Ovviamente, se una cosa non gli piaceva, non gli piaceva! Però non ha mai fatto tante storie sulla cucina!”.
Come erano i pranzi e le cene a casa? Formali? Alla buona?
“Generalmente sempre alla buona, con i cibi che a lui piacevano. E poteva essere anche un piatto di pasta al burro. O il famoso baccalà. O l’ossobuco. Tutte pietanze non proprio leggere, per cui la mamma si riguardava un po’ a prepararli, perché poi babbo mangiava tanto e poteva stare non benissimo. Quanto al formale, non lo era particolarmente. Però, quando era a Firenze, dovevamo rispettare gli orari dell’una di giorno e delle otto la sera. Non è che lo pretendesse: “se non ce la fate non venite”. Ma lui voleva mangiare ai suoi orari. Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è”.

La copertina di Italia, America e ritorno
Cosa facevate a Natale? Pranzo o cenone?
“A Natale il pranzo! La vigilia non la festeggiavamo. Il pranzo di Natale era sempre a casa. Quando erano ancora vivi, le nostre famiglie si riunivano a Firenze, a casa dei nonni materni, che tenevano molto ad averci tutti insieme. Dagli anni ’80, invece, stavamo principalmente a casa del babbo. Il menu era quello classico: crostini con i fegatini, tortellini, lesso. Non andava matto per la carne. La mamma faceva anche il roast beef (perché non a tutti piaceva il lesso), ma lui non lo amava troppo. Era un pranzo molto tradizionale. Mio fratello Stefano viveva negli Stati Uniti, quindi spesso a Natale non c’era, ma io e Daniela e famiglia sì”.
Ma lui cucinava?
“No! Sapeva fare soltanto un piatto, la pappa al pomodoro. Effettivamente la sua pappa al pomodoro era particolarmente buona. Credo che usasse addirittura l’acqua minerale frizzante. Per il resto non era portato. Nemmeno la mamma era bravissima in cucina, ma la nostra tata storica, una seconda mamma, Amelia, sì! Per fare da mangiare era eccezionale”.
A memoria tua, c’è qualche canzone del babbo con riferimenti enogastronomici?
“Mi viene in mente La cacciuccata, del 1964. È la storia di uno che conosce una ragazza, la quale gli prepara questo piatto piccante, con parecchio zenzero!”.
Un ultimo aneddoto?
“Il babbo era molto amico di Rossano Brazzi [divo del cinema che ebbe il suo periodo d’oro fra gli anni ’40 e i ’60 del secolo scorso, un latin lover], molto noto negli Stati Uniti. A sua volta Brazzi era amico di Ronald Reagan. Ecco, negli anni ’80, il babbo ha mangiato spaghetti aglio e olio nella cucina della Casa Bianca quando Reagan era Presidente (quindi, un pasto non formale), con Rossano Brazzi e Ronald Reagan. Brazzi faceva questi spaghetti in maniera eccellente!”.

Narciso Parigi e il nostro direttore, Roberta Capanni, al matrimonio di una collega giornalista.