Articolo di Enrico Zoi per la Rubrica “A tavola con… -Occhi (con affetto) puntati su Eleonora Giorgi. È a lei che dedichiamo la nostra puntata prenatalizia di ‘A tavola con…’. A parlare è uno dei suoi figli, Andrea Rizzoli, oggi produttore e autore cinematografico e televisivo.
L’abbiamo incontrato a Firenze in occasione dell’ultimo Stenterello Film Festival, quando, insieme al direttore artistico della manifestazione Andrea Muzzi, ha presentato il suo libro Non ci sono nuove notizie. L’anno più bello di mia madre, nonostante tutto, (Assolutamente da leggere) che ha la prefazione della stessa attrice e la postfazione dell’altro figlio della Giorgi, Paolo Ciavarro.
Un libro coraggioso
Non ci sono buone notizie (2025) testimonia con intensità l’anno in cui madre e due figli hanno affrontato il percorso della grave malattia di lei. Il libro esce a gennaio 2025 e la Giorgi purtroppo muore due mesi dopo. Il valore principale di questo testo sta nella sincerità e nella profondità dell’amore che si può manifestare nelle circostanze drammatiche in cui capita che venga a trovarsi una famiglia, ogni famiglia. Un libro coraggioso.

Eleonora Giorgi e Carlo Verdone in una scena del film Borotalco
La nostra simpatica ricostruzione con Andrea del rapporto di Eleonora Giorgi con il cibo
“Mia madre adorava mangiare e odiava cucinare – ci ha detto -. Faceva di tutto per avere qualcuno che cucinasse bene per lei, però era attentissima alla qualità del cibo. Apprezzava molto i dolci, era parecchio golosa, ma anche il vino, soprattutto le bollicine buone buone: gli champagne e i prosecchi veneti, tipo quelli di Valdobbiadene, e le piacevano tanto pure l’Amarone e il Brunello di Montalcino”.
Il suo pasto ideale?
“Come antipasto, il crudo di mare, seguito da risotto con zucchine e scampi o risotto ai funghi porcini. Le piacevano molto i risotti. Di secondo, essendo di origine ungherese, la tartare di manzo battuta a coltello. Per i contorni, lei era una grande mangiatrice di verdure cotte, principalmente cicoria e broccoletti ripassati. I dolci? La sachertorte e la cassata siciliana. Dolci proprio dolci!”.

La locandina di Mia moglie è una strega
Hai detto che non cucinava praticamente mai, ma ti è capitato qualche volta di vederglielo fare, magari costretta o spinta ai fornelli?
“Purtroppo sì e con risultati sempre abbastanza mediocri. Un giorno ci aveva preparato la pasta con i fagioli bollendo la pasta da una parte e i fagioli dall’altra, per poi metterli insieme senza soffritto. Una roba punitiva! Aveva però dei suoi cavalli di battaglia. Faceva un pollo panato molto piccante, che era buono, e faceva anche benissimo il risotto alla milanese. Ti sto parlando di ore e ore di preparazione che le servivano, soprattutto psicologica! La cucina era un luogo dove non voleva mettere piede”.
Aveva uno o più ristoranti che amava frequentare?
“Era molto tradizionale e detestava per esempio il fusion: amava mangiare nelle osterie tradizionali. Se andava in Toscana, a Firenze, voleva la ribollita e il lampredotto. Le piacevano i piatti della tradizione. Non ha mai apprezzato il sushi condito con la maionese o con il caviale: amava restare nel solco dei piatti tipici delle regioni. E in ogni regione italiana c’era un piatto che adorava. Era molto curiosa, però non avrebbe mai mangiato le trasposizioni moderne delle ricette antiche: se voleva mangiare la genovese, voleva la genovese come si fa a Napoli, non quella senza cipolle”.
E quando viaggiava per lavoro ed entrava in contatto con cucine che non fossero l’italiana o l’ungherese?
“Noi tutti siamo esperti di cucine internazionali, soprattutto orientali. La sua preferita era la thailandese. Adorava il latte di cocco. Lo avrebbe messo anche nel cappuccino se alla fine non fosse risultato troppo dolce. Amava la zuppa thailandese tom yam, piccantissima, però con il latte di cocco e la citronella orientale”.

E la cucina di tutti i giorni?
“La normalità era comunque governata dal fatto che non bisognava mai ingrassare. La dieta era leggerissima: riso bollito, verdure cotte e una proteina. Se si mangiava la pasta, poi non c’era la carne. Usava sempre la dieta dissociata. Ovviamente, nei giorni di festa, comprava delle ottime lasagne. Mi ha fatto anche un paio di volte l’agnello, che lei detestava, mentre a me, da buon romano, l’abbacchio piace molto”.
I pranzi sportivi o formali?
“Sportivi. Anche quando mangiava con mio padre e avevano il cuoco e il personale di servizio lo detestava. A lei piaceva condividere. Voleva che la tavola fosse un momento privato e intimo, dove conversare di tutto senza testimoni”.

Un ricordo?
“Sì, successivo. Diceva che, quando veniva a pranzo mio fratello Paolo, se avesse comprato quattro chili di cotolette, lui avrebbe mangiato quattro chili di cotolette! Quando le cuoceva, si metteva una cuffia trasparente in testa e indossava una piccola vestaglia di plastica: se no, diceva, avrebbe puzzato per tre giorni. Molto divertente”.
Invece, i pranzi o le cene delle feste com’erano?
“Ricordo il Natale. C’era un menu fisso, sempre: brodo di cappone con tortellini venuti appositamente da Bologna; comprava poi uno splendido polpettone di vitella, prugne e noci. A lei piacevano gli accostamenti dolce e salato, anche ardimentosi”.

Andrea Rizzoli con Enrico Zoi
Il suo viaggio più bello?
“Il Paese che a lei è piaciuto di più è stata l’India, luogo, tra l’altro, dalla cultura gastronomica sconfinata. C’è stata quattro o cinque volte. Amava moltissimo il sapore piccante e l’accostamento con il dolce. E, come gli indiani, non aveva una particolare predilezione per le carni troppo arrostite. Il barbecue non le è mai interessato”.
Vuoi fare un piccolo ritratto della mamma per i lettori di Gustarviaggiando?
“Riassumerla in poche parole è difficilissimo. Era una persona per il suo pubblico e poi molto diversa in casa. Sicuramente è sempre stata una persona buona: preferiva evitare qualunque forma di scontro, è sempre stata per la mediazione. In fondo, era della Bilancia”.