Articolo di Enrico Zoi per la Rubrica “A tavola con…” – Apriamo il 2026 ricordando una donna e un’etoile di primissima grandezza, Carla Fracci. Una ballerina che non ha bisogno di presentazioni. Per decenni e per più di una generazione ha rappresentato la Danza e ancora oggi è, di essa, un autentico mito internazionale.

Un’etoile e il cibo

Con il figlio Francesco Menegatti, avuto dal regista Beppe Menegatti, abbiamo provato a ripercorrere il
suo rapporto con l’aspetto enogastronomico della sua vita.
“La prima cosa che mi viene in mente è la tavola, rotonda, della sala da pranzo della casa di campagna
vicino a Firenze – esordisce -. E poi la cucina di questa casa. Lì avvenivano gli appuntamenti conviviali
durante la pausa estiva. In realtà, non erano proprio una pausa, ma momenti all’interno della stagione
estiva della compagnia della mamma.

Quando mi ha chiesto questa intervista, mi sono prefigurato subito alcune ‘immagini’. La prima era l’ossessione maniacale di mia madre per la prima colazione, vero attimo sacro della giornata, un rito al quale lei teneva particolarmente. Per la prima colazione, la mattina, appena sveglia, in qualunque posto del mondo fosse, doveva avere il suo caffè, le fette biscottate con il burro e il miele, che amava molto, forse lo yogurt naturale. Alla mattina, le piacevano anche le uova alla coque.


Penso pure che caffè sia stata una delle ultime parole che ha pronunciato la mattina poco prima di
andarsene. L’inizio della giornata avveniva con questa colazione molto semplice, ma irrinunciabile. Poi mi
vengono in mente le storie della nonna materna, la nonna Santina, quindi il retaggio di un’educazione
alimentare che arriva da un mondo contadino. La mamma raccontava sempre che i momenti migliori della
sua vita li aveva passati durante il periodo della guerra, quando era sfollata in campagna e si sentiva libera
di poter correre nei campi e governare le oche. Era vicino a Cremona”.

Quali erano gli alimenti della nonna con cui lei è cresciuta?

“Il brodo. La mia nonna metteva il vino nel brodo, anche nella pasta in brodo. E penso che la mamma
abbia poi preso questa attitudine alimentare. Perché, in realtà, lei si cibava di cose molto semplici, sulle
quali compiva un’operazione molto particolare: mia madre mangiava di tutto, aveva un ampio spettro,
però poi, a conclusione del pranzo o della cena, trovavi nel piatto gli esiti della selezione che operava del
cibo.

Levava la mollica del pane e il grasso del prosciutto, così il bordo era tappezzato di frammenti e di
scarti. Data la professione, il controllo sull’alimentazione era presente, sebbene riuscisse quasi a non
farsene accorgere. Le tracce le trovavi tutte alla fine. Non so se si possa parlare di mania, ma certo era una
cosa sulla quale lei poneva molta attenzione”.

carla fracci

By Unknown author – Radiocorriere, Public Domain

Con il vino come andava?

“Un pochino di vino sì. A volte le piaceva averlo frizzante. Ogni ricordo, comunque, mi dice che la
mamma, a tavola, era una persona molto semplice e abbastanza onnivora. Se c’era una particolarità era
che le piaceva che le pietanze fossero servite calde. Per dire, se la pasta arrivava nel suo piatto avendo
perso un po’ della temperatura, era leggermente contrariata”.

E con la tradizione culinaria della sua città?

“Beh, non l’ho mai vista rifiutare un bel piatto di risotto alla milanese come si deve! Il ‘suo’ dolce era il
panettone: anche lì però scattava questa operazione di ‘pulizia’ come con il pane e non so proprio come
facesse! Alla fine, il piatto era comunque pieno di macerie. Ma la mente torna alla casa toscana: pane
(quello sciapo) e olio e sale, quando c’era l’olio nuovo! Anche lì, non andava a ricercare cose elaborate,
complesse o sofisticate.

Per esempio, a volte prendeva dei pomodori molto grandi, li tagliava a metà e poi
incideva non la parte a mezza luna, ma l’altra, ci metteva un filo d’olio e un po’ di sale: c’era una
componente quasi rituale in questo. Secondo me, c’era della ritualità in ogni cosa che la riguardava, forse
anche per il suo carattere.

Mia madre era molto precisa e retta, un pezzo d’arte però con un rigore estremo
in tutti i passaggi della sua vita: dall’alimentazione ai vestiti o alla scansione temporale della giornata.
Diciamo che era tutto molto ‘orizzontale’ quando la si prendeva fuori dall’attività teatrale”.

Ma lei cucinava?

“Direi di no. Quando ero ragazzino, avevamo una signora toscana originaria di Lucca che stava in casa
con noi. La signora Loretta era favolosa: preparava il pranzo e lasciava pronta anche la cena. Era una
cuoca sopraffina, che aveva lavorato in un ristorante, come tutta quella generazione di toscani emigrati a
Milano che aveva dato vita a una serie di ristoranti che poi divennero famosissimi in città.

Penso, ad esempio, alla Bice. Così noi, a Milano, abbiamo mangiato toscano per tutta la vita! Mi viene in mente
l’arista. Ecco, la carne piaceva molto a mia madre: rossa, bianca, scaloppine. Poi, ovviamente tanta
verdura. Ma sempre con una sorta di classicità pure nel mangiare: cose semplici provenienti dalla base
della nostra cucina.

Poi, se qualcuno faceva una ribollita, lei apprezzava molto! Invece, chi cucinava, un
po’ per necessità, un po’ per sfogare anche in cucina il suo estro, era mio padre Beppe. Era capace di dare un’occhiata all’interno del frigorifero e di mettere su una cena dopo teatro per gli artisti. È vero che magari
i ristoranti a fine spettacolo erano chiusi, ma sicuramente c’era pure la voglia di parte della compagnia di
stare ancora insieme.

Carla Fracci e il Natale a Milano, con Beppe Menegatti, la nuora Dina Nencini, i nipoti Giovanni e Ariele, Luisa Graziadei e Roberto Zacchetti (2)

Carla Fracci e il Natale a Milano, con Beppe Menegatti, la nuora Dina Nencini, i nipoti Giovanni e Ariele, Luisa Graziadei e Roberto Zacchetti 

Ci pensava mio padre, che inventava! Era divertente. Per un po’ questa era una cosa
pure mia: la tavola sempre piena di persone che vanno e vengono, i figli che mangiano a tutte le ore,
cucino io, cucina anche mia moglie. Insomma, siamo tutti abbastanza accoglienti nella dimensione del
rapporto con la tavola, così come a quella della mamma c’era sempre qualcuno che arrivava, si sedeva, si
parlava, si stava in compagnia.

C’era sempre movimento nella casa di Firenze, dove, soprattutto verso la
fine dell’estate, si amalgamava tutta una serie di persone che lavoravano con la compagnia e quindi si
preparava la stagione invernale, ma anche a Milano. C’era poi sempre la presenza della signorina Luisa
Graziadei, colei che è stata la mia tata e, in seguito, la tuttofare di famiglia. Quindi, i 3+1 di base – noi e la
signorina Luisa – e poi altri che ruotavano”.

Quando invece la mamma era in tournée come si comportava?

“Quando lei viaggiava, cercava delle situazioni tipo quella di Verona. Quando faceva tappa all’Arena,
veniva ospitata da alcuni amici, i Bazzoni, i quali risiedono in una cittadina vicina. Ricordo questa casa di
campagna con una grande aia, che veniva praticamente ‘piratata’ dai miei genitori e ospitava anche
persone della compagnia.

Insomma, in tournée, c’era sempre il tentativo di essere ospitati da qualcuno o di
avere una stanza d’albergo con la possibilità di cucinare. La mamma non amava tantissimo andare al
ristorante. Negli ultimi anni, facevamo una cosa bella, che piaceva pure a lei: andare al ristorante il giorno
di Natale, così stavamo tutti insieme, anche con i nipoti.

Però, durante le tournée, tendevano sempre ad avere un luogo dove potersi fare da mangiare, restando in questa sorta di costruttiva semplicità alimentare che si diceva prima, da spaghetti al pomodoro!”.

carla fracci
Anche quando andava all’estero?

“Anche, ad esempio, in Australia, a Sydney, dove siamo stati un paio di mesi e io ho frequentato pure la
scuola, avevamo trovato una stanza con la cucina. Si faceva la spesa e si mangiava in appartamento. La
nostra era una richiesta che veniva avanzata regolarmente all’organizzazione, proprio per evitare i
ristoranti. Al di là del risparmio che ci poteva essere, la mamma soffriva le cene elaborate.

In Australia come in Giappone. In Giappone, abitavamo in un bellissimo albergo, lo spettacolare New Otani, con vari ristoranti interni: la mamma ne aveva individuato uno dove si poteva mangiare in maniera ‘basica’. Tutto
molto bello, ma il vero bello era che si tornava sempre a casa a mangiare. A New York, c’era lo zio Joseph
che ci dava la casa e lui andava a vivere altrove.

La mamma ha avuto una carriera vastissima negli Stati Uniti: passavamo sei mesi in Italia e sei mesi lì. Anche negli anni ’80, quando iniziava a diffondersi l’Aids e se ne sapeva relativamente poco, abitavamo in un albergo su Central Park che aveva una cucina interna.
Io mi ricordo tutta una ‘popolazione’ che entrava e usciva da questa camera e mio padre che cucinava, una
‘popolazione’ variopinta di persone che forse venivano pure dalla Factory di Andy Warhol. Molto
divertente. C’erano poi alcuni nostri amici americani, un po’ freak, tutti fanatici della danza, in particolar
modo di mia madre. Era una grande e strana famiglia”.

Prima ha accennato al fatto che a sua madre, negli ultimi anni, piaceva trascorrere il Natale con la
famiglia, però al ristorante. Invece, i Natali precedenti?

“C’era un Natale tradizionale. Capitava a Firenze di stare insieme ai parenti, magari andavamo dalla
sorella di mio padre, la zia Grazia, un’ottima cuoca. Sa una cosa? Si può dare a cinque persone l’incarico
di fare lo stesso piatto e ciascuno lo preparerà in modo diverso anche con gli stessi ingredienti. Quando andavamo dalla zia Grazia, lei aveva una maniera particolare di cucinare la pasta, l’arista, il pollo arrosto.
Insomma, questi Natali io me li ricordo come ritrovarsi con la famiglia dalla zia alle Due Strade o da noi.

Una volta mio padre fece una cosa divertente nella casa toscana: indisse una gara culinaria tra cugini, un
evento rimasto nei libri della famiglia. Siamo quattro cugini fiorentini: ‘ognuno di voi prepari due pietanze
per il giorno – che so? – dell’Epifania e si invitano cinquanta persone!’. Ci fu una specie di rincorsa fra le
zie ad aiutarci, perché eravamo un po’ tutti in un’età abbastanza giovane, fino a questa grande festa finale
tra parenti e amici a Firenze, dove cucinammo tutto noi. La ricordiamo come un momento apicale della
nostra storia familiare”.

Un ultimo aneddoto: da Renato Zero alle cene con la Bertè

“Sì. Un giorno arriva una telefonata di Renato Zero, che chiamò mio padre per dirgli che avrebbe voluto
che mia madre lo seguisse nel tour partecipando direttamente ai suoi spettacoli. La tournée si aprì a
Firenze. Ovviamente, c’era la cena subito dopo la prima rappresentazione alla quale eravamo tutti invitati.
Zero allestì una grande tavolata.

Un po’ come Gesù, al centro stava Renatone, al suo fianco mia madre.
Dietro c’erano delle tende, come finestre, da cui si vedevano degli occhi che guardavano la nostra scena
conviviale durante la cena. Renato si girò verso mia madre: ‘questi fan non ci lasciano mai… A Carlì, ma
te sei accorta de ‘na cosa stasera? Ce semo fatti ‘na trentamila’. Avevano avuto infatti trentamila spettatoriallo stadio ‘Artemio Franchi’.

Poi girarono tutta l’Italia e, alla chiusura, ricordo mio padre nella cucina di
Firenze che si muoveva e apriva il frigorifero, con la mamma seduta a tavola che sbocconcellava qualcosa
e mio padre che cantava le canzoni di Renato Zero! Da morire dal ridere. Dopo questa tournée, si era
stabilito con Zero un legame non solo artistico, ma anche amicale. Poi vennero le cene con Loredana
Berté.

Mia madre era diventata un’esploratrice di ristoranti romani perché un sacco di persone amavano
prenderla e condurla in giro per i locali. C’era un amico che la portava al circolo del tiro a volo, dove
venivano imbanditi autentici banchetti. Ora mi si è aperto un varco… mi ricordo anche delle cene di gala a
Parigi, altri buffet assaltati dai ballerini, con lei che arrivava e non trovava più niente da mangiare.
Insomma, la mamma ha fatto una vita pure un po’ strana, con episodi pure leggermente sofisticati”.

La cena con la Regina Elisabetta

In che senso? :“Ma sì, cene con ambasciatori con menu stratosferici. Per esempio, mia madre fu invitata dalla regina
d’Inghilterra a Buckingham Palace con la Delegazione italiana. La regina la salutò quasi come fossero due
vecchie amiche perché, nel corso degli anni, si erano incontrate già altre volte. E la regina si ricordava di
lei. E mia madre raccontava sempre con grande orgoglio e ammirazione questa cena straordinaria”.