Articolo di Enrico Zoi per la rubrica “A tavola con…“- Achille Togliani, una voce e un volto che hanno rappresentato per decenni la canzone e il cinema italiani. Canzone e cinema, sì, perché quel bel ragazzo di Pomponesco (Mantova) è stato un numero uno in entrambi i casi.
Per la musica, nel 1951, insieme a Nilla Pizzi e al Duo Fasano, inaugura il Festival di Sanremo. E qui siamo già nel mito. Alla più nota rassegna italiana partecipa anche nel 1952, 1953, 1954, 1959, 1960 e 1961, con due secondi posti, uno all’esordio e uno nel 1954.

Toronto 1959 – Achille Togliani in tournee in America – dal docufilm Parlami d’amore
I successi di Achille Togliani
I suoi successi? I brani più famosi del repertorio di colui che è anche il primo sussurratore della canzone italiana sono evergreen quali Parlami d’amore Mariù, Violino tzigano, Come pioveva, La signora di trent’anni fa, Signorinella e Mamma. Ma sono molti, molti di più, ed è veramente impossibile citarli tutti.
Per il piccolo e grande schermo, dopo gli inizi nel fotoromanzo, al fianco, fra gli altri di una giovanissima Sophia Loren, che, all’epoca, si fa chiamare ancora Sofia Lazzaro, Togliani, dal 1942 (appena diciottenne) al 1959, interpreta ben ventiquattro film.
Con il figlio Adelmo (https://www.adelmotogliani.com/), attore, regista e sceneggiatore, che porta il nome del nonno paterno, ingegnere aeronautico e collaudatore di aeroplani all’Isotta Fraschini di Guidonia, abbiamo approfondito la sua vena (se così si può dire) enogastronomica.

Adelmo e Achille Togliani a casa nel 1995 – PER GENTILE CONCESSIONE DELL’ARCHIVIO TOGLIANI
Adelmo Racconta Achille
“Mio padre era sicuramente una buona forchetta! In particolare, un fanatico del bollito. Essendo del Nord, mantovano, oltre ai tortelli di zucca, la specialità era il bollito con la mostarda. Poi, ha vissuto molti anni a Torino, e il fritto misto alla piemontese divenne un’altra pietanza della quale andava pazzo. Inoltre, ha avuto la fortuna di conoscere mia madre, Daisy Traversari, di origine romagnola, della provincia di Ravenna, e ottima cuoca… romagnola!
Invece, pur essendosi trasferito a Roma intorno alla metà degli anni ’30 con i genitori, non si avvicinò mai realmente alla cucina della Capitale, tipo la carbonara, l’agnello allo scottadito, i carciofi alla romana, mentre si è felicemente alternato fra le due grandi cucine nazionali, la lombarda e la romagnola (cappelletti, con il formaggio, quindi, e non tortellini, con la carne). Insomma, a lui piacevano di più le lasagne al ragù e i cappelletti.
Aveva sposato la cucina romagnola, lasciando un po’ quella lombarda. Anche perché la lasagna, ad esempio, si trova nei ristoranti romani. Al contrario, i piatti tipicamente lombardi nel Lazio sono tuttora un territorio quasi inesplorato. Trovare oggi i tortelli di zucca a Roma? Praticamente impossibile. Non ricordo l’ultima volta in cui li ho visti in un menu di un ristorante della Capitale”.

Il poster del documentario Parlami d’amore, dedicato ad Achille Togliani
Il lato goloso d Achille Togliani
A dolci come andava?
“Mio padre era un po’ goloso, tutto il contrario di me: il suo bigné era sempre l’ultimo, poi c’era un altro ultimo bigné, e poi un altro ancora! Era pure un fanatico dello zuccotto. Tornava spesso a casa con uno zuccotto, che andava a prendere in una pasticceria romana molto famosa, Antonini. Quindi, fra i dolci, sicuramente il gelato al primo posto, poi non tanto le creme, quanto dolci freschi”.
Come accompagnava il suo mangiare?
“Papà ha sempre bevuto. Non che bevesse molto, tanto meno superalcolici (forse un po’ da giovane, ma non era uno che alzasse il gomito). Pasteggiava, sì: bianco, rosso. Lavorando in Piemonte, ricordo che aveva scoperto il Barbera bianco e scendeva a casa da lì con il carico di bottiglie di questo vino, vantandosi della sua scoperta. Poi, nel 1992, ebbe un problema di salute, per cui dovette smettere.
Era con me, a Palermo. Prendeva un medicinale per il quale gli avevano sconsigliato di bere. Svenne dopo aver assunto quel farmaco e aver bevuto due dita di vino. Con la forza di volontà tipica di un Capricorno ascendente Capricorno come lui, decise di punto in bianco di non bere più. E così fu. Uguale con il fumo. Dalla sera alla mattina. Quindi, dal 1992 al 1995, quando mancò, niente più vino. Però era un intenditore. A casa conservava tante buone bottiglie”.

Adelmo Togliani
Ma lui cucinava?
“Era totalmente negato. Era un uomo di un’altra generazione. Credo che non sapesse fare neanche il caffè. Mi ricordo che, una volta, mia madre partì da Roma per raggiungere mia nonna in Romagna, lasciandoci praticamente tutto pronto: pranzo, cena, pranzo, cena.
Il terzo giorno a pranzo non c’era più niente e mio padre disse: ‘e ora che si fa?’. Io avevo 17 anni e suggerii di andare a fare la spesa. E lui non era in grado di far bollire l’acqua e cuocere la pasta. Una cosa oggi impensabile, ma papà era del 1924. E poi, ripeto, era fortunato, perché mia madre era ed è un’ottima cuoca: anche per questo forse era poco motivato. Per sorprenderla aveva le canzoni!”.

Achille Togliani nel 1957 sulla copertina di Tv Sorrisi e Canzoni
La tavola di Togliani
Che tavola era la sua tavola?
“Essendo cresciuto nel mondo dello spettacolo, dove forse allora più di oggi c’era l’abitudine di stare insieme, di convivialità, mio padre aveva un grande piacere a condividere il pranzo o la cena con tante persone. Allora, i miei padrini di Battesimo furono il celebre compositore Cesare Andrea Bixio e la moglie Mary Bacicalupi (la Mariù della canzone), mentre, alla Cresima, i padrini furono un avvocato e la consorte, carissimi amici di famiglia dei miei genitori, che, ogni primo maggio, organizzavano una specie di festa degli amici nel loro appartamento romano, dove c’era un terrazzo aperto con uno dei primi tetti richiudibili meccanici, ospitando sempre cento/centodieci persone.
In quelle occasioni, si svolgevano questi pranzi che iniziavano a mezzogiorno e terminavano ore dopo con la spaghettata finale. E noi eravamo sempre tra gli ultimi ad andare via. Papà ci teneva tantissimo, per il piacere di mangiare e stare insieme a tavola. Questa cosa, con mio padre, non è mai mancata. A Natale e Pasqua, invece, eravamo più familiari, mentre l’ultimo dell’anno era spesso occupato da un concerto. Prima chiudeva la data del 31 dicembre anche con mesi e mesi di anticipo, più era felice. Insomma, cenare era l’ultima cosa a cui pensava per San Silvestro! Perché chi lavora a Capodanno lavora tutto l’anno”.
Aveva una trattoria o un ristorante ‘del cuore’?
“C’era un posto dove ha portato un po’ tutti noi, la Villa dei Cesari, a Roma, sull’Appia, un posto bellissimo, ma era sempre in viaggio, quindi i ristoranti che lui frequentava erano sempre in giro per il mondo. E quando tornava aveva voglia di stare a casa”.

1958 – Achille Togliani e Alberto Sordi nel film Domenica e sempre domenica
In viaggio assaggiava?
“Non cercava cose esotiche, quello più io. Non era tantissimo per la ricerca, anche perché, all’epoca sua, l’unica forma di esotismo che ci potevamo concedere era il ristorante cinese. Se, negli anni’80/’90, aprivano un ristorante – che so? – vietnamita, si diceva: ‘ma chi ci andrà mai?’. Se, invece, intendiamo una ricerca ‘locale’, sì, gli piaceva: era un assaggiatore di qualunque cosa, purché fosse italiana. Ma non per una questione nazionalistica o campanilistica, ma solo perché non c’era una grande diffusione di ristoranti e cibi etnici e di altre culture. Cinese e giapponese sono arrivati a fine ‘anni ’90, il resto è arrivato dopo”.
In generale, amava viaggiare?
“Eh, mamma mia! Ha sempre viaggiato”.
Per lavoro o per diletto?
“Federico Fellini diceva di non avere bisogno di vacanze, perché la sua vacanza era il lavoro. Mio padre non aveva il bisogno di ‘staccare’: noi facciamo il lavoro più bello del mondo. Io, mio figlio, mia moglie, abbiamo tutti la voglia di scoprire che aveva lui. Mio padre, grazie al lavoro, ha conosciuto il mondo. Era una persona senza pregiudizi proprio perché ha sempre viaggiato moltissimo: sia da solo, in macchina o in aereo, per raggiungere le tappe dei suoi concerti; sia in pullman, come si vede bene anche nel documentario che gli ho dedicato nel 2022, ‘Parlami d’amore’, disponibile su Raiplay (https://www.raiplay.it/programmi/parlamidamoredoc). Aveva acquistato un pullman su cui si spostava con l’orchestra”.

Hai qualche aneddoto enogastronomico da raccontare?
“Una cosa legata alla sua passione per il cinema, che ha a che fare con il momento del pranzo. Mio padre registrava moltissimi film in videocassetta, una collezione che abbiamo ancora adesso, con film di qualunque genere, nazionalità, interprete o regista, dal muto ad oggi. Su questa cosa lui aveva mobilitato tutta la famiglia, perché non avevamo un solo videoregistratore. Erano i tempi in cui le televisioni private avevano acquisito grossi cataloghi di film.
Così, anche nelle emittenti che possiamo considerare minori, si potevano trovare pellicole importanti per lui, quelle con cui era cresciuto, degli anni ’40 o ’50, da John Wayne a Clark Gable o Katharine Hepburn. Così, mentre noi mangiavamo, mio padre teneva a fianco, aperta, la rivista TeleSette, e sottolineava i film che avremmo dovuto registrare nel corso della settimana. Dopo la canonica domanda ‘com’è andata a scuola?’ e la mia risposta, verso la quale non c’era poi un grande interesse, era importante concentrarsi sulla scelta dei film da registrare! Altro classico, più mangereccio, la spaghettata notturna aglio, olio e peperoncino con gli amici!”.
Enrico Zoi