Articolo di Enrico Zoi per la rubrica “A tavola con…” –
Vitaliano Brancati è uno dei grandi scrittori del ‘900: di letteratura, di teatro, di cinema, di puro piacere. Don Giovanni in Sicilia (1941) – Brancati era della provincia di Siracusa -, Il bell’Antonio (1949), Paolo il caldo (1955): questi alcuni dei suoi romanzi più famosi. Come sceneggiatore cinematografico, ha lavorato, fra gli altri, con e per Alessandro Blasetti, William Dieterle, Mario Monicelli, Roberto Rossellini, Steno, Luigi Zampa. Più il teatro, il giornalismo, la docenza…
L’incontro con Anna Proclamer
Nel 1942 conosce Anna Proclemer, originaria di Trento, una delle maggiori attrici teatrali, cinematografiche e televisive italiane. La sposa e, nel 1947, nasce Antonia. Ed è con la figlia Antonia Brancati – attrice, delegata alla produzione, aiuto regista, traduttrice, agente di testi teatrali (https://www.antoniabrancati.it/) – che ricordiamo oggi questa storia d’amore attraverso la lente d’ingrandimento del loro rapporto con la tavola.
Antonia Brancati
“Sono molto invidiosa delle interviste rilasciate da altri figli di persone famose a Gustarviaggiando – esordisce Antonia Brancati -, perché avevano dei genitori che evidentemente amavano il cibo, mentre io… Mio padre era un salutista: assieme a lui non ricordo cibi elaborati, piuttosto quasi sconditi e in bianco. Ed è morto troppo presto [1954] perché io potessi rendermi conto di sue eventuali golosità.
Mia madre sembrava più che altro mangiare perché andava fatto. Ma ricordo bene che la domenica a pranzo, quando ero piccola, non mancava mai il vassoio di pastarelle. Quanto al bere, mio padre era praticamente astemio. Mia madre ci ha messo un po’ a scoprire che il vino non le faceva bene: da quel momento è andata a vodka (dalle 17 e durante la cena) e whisky per il dopo-cena. Quando lavorava in teatro, si concedeva una vodka prima dello spettacolo e riprendeva a bere dopo”.

Anna Proclemer, Vitaliano Brancati e la figlia Antonia da bambina
La cucina di casa Brancati
Z: Chi cucinava in casa Brancati?
A.B:“Le nonne! Però mia madre sapeva accroccare un piatto di pasta. Quando ebbe lasciato la villa in cui viveva con Giorgio Albertazzi per andare ad abitare nel monocamera con chessinette subaffittato dall’amico Davide Montemurri (chessinette, perché nell’ampio bagno c’era anche un piccolo frigorifero con sopra un fornelletto a due fuochi e i piatti si lavavano nella vasca), correva l’anno 1982, e nell’estate dei Mondiali di calcio ci si radunava nelle case ora dell’uno e ora dell’altro.
Varie volte siamo andati da mia madre, che aveva preparato quantità industriali del “su’ sugo” (cipolle, pomodoro e, sospetto, un cucchiaino di zucchero), per cui si approntava una cofana di pasta, più formaggi e salumi vari. Devo dire che non era male”.

Anna Proclemer e Vitaliano Brancati
Il piatto di famiglia
Z: C’è un piatto di famiglia?
A.B: “La mia nonna materna cucinava molto bene. Faceva anche i tortellini. Purtroppo smise di farli già nei primi anni ’50 quando, dopo averne stesi ben centoventicinque ad asciugare sul tavolo da pranzo e sul carrello, Nina, la barboncina di mia madre, se li spolverò tutti.
Il suo piatto forte era un polpettone di poca carne e, in abbondanza, prosciutto e mortadella e parmigiano, cotto al latte, con patate fritte a tocchetti passate poi nel sugo dello stesso polpettone. Un classico piatto da clinica svizzera! C’è da dire, poi, che mia nonna usava l’olio (e di semi) solo a crudo sull’insalata e per friggere le patate: per il resto, la sua cucina era un trionfo di burro”.

Anna Proclemer con la sua barboncina Nina
Le feste comandate
Z: Santificavate anche gastronomicamente le Feste comandate?
A.B.: “Per Natale, a volte si mangiava di magro la Vigilia (pesce per mio padre, ma non per mia madre, che era allergica) e poi il 25 si faceva il pranzo. I tortellini erano la pasta delle Feste, e poi di solito abbacchio al forno e patate. A partire dagli anni ’80 (del secolo scorso, ahimé!), con mia madre andavamo a passare la Vigilia a casa di suoi amici, e il menu prevedeva pasta al tonno (che io e mio marito definivamo “al tonno pallido”, perché era scarsa sia di tonno che di pomodoro) e/o risotto alle erbe come primo e un gigantesco tacchino ripieno con patate e cavoletti di Bruxelles per secondo.
Oltre ai dolci tradizionali delle Feste, una meravigliosa mousse al cioccolato di Ebe, la tata della famiglia ospitante. A Pasqua, il Venerdì si andava di magro – quando ce ne ricordavamo – e la domenica antipasto di uova sode e salame, e poi il pranzo uguale a quello di Natale. In seguito, ho provveduto a integrare con pizza al formaggio e costolette d’abbacchio fritte. I dolci delle Feste erano i più tradizionali possibile: panettone classico e torrone a Natale, e colomba classica e uovo di cioccolata a Pasqua. In seguito, io ho aggiunto pan pepato, pangiallo e panforte”.
Semolino e mele cotte
Z: Qualche aneddoto?
A.B: “Mi è capitato di essere ricoverata in clinica. Mia madre era golosissima del semolino che mi portavano per pranzo e che io ero ben lieta di lasciare a lei. A volte, a casa, lei si cucinava anche della frutta cotta: ‘È buonissima – diceva -, assaggiala!’. E, dato che io non le davo soddisfazione, era mio marito a mangiarla e a dover mentire ammettendo che sì, non era male.
Quanto a mio padre, ha scritto un piccolo saggio sui Piaceri della Tavola, in cui descrive però il piacere di persone che ha conosciuto, non di sé. Sembra sapere di cosa si tratti, ma sembra anche che sia un piacere che non lo riguardi. Mia madre ha cucinato solo in una mia commedia, Preferirei di No, in cui però cucinava più per tenere a bada l’angoscia che per voglia di cibo”.

Anna Proclemer
In tournée
Z: In viaggio come andava?
A.B: Mio padre faceva avanti e indietro con la Sicilia e viaggiava per impegni di lavoro. Mia madre era quasi sempre in tournée con la sua compagnia e le piaceva assaggiare le cucine locali. Ricordo ancora il petto di pollo alla Kiev in Russia, in cui bisognava stare attenti ad affondare con la forchetta perché si rischiava di venire investiti da un fiotto di burro fuso, e il borsch, la cucina cinese a New York o a San Francisco, una meravigliosa bistecca in un ristorante di Merced, in California. E come ci rimase male il cuoco quando rinunciammo a portarcene via gli avanzi in un doggy-bag.
A Milano, si andava al Biffi Scala per risotto e costoletta alla milanese, o altrimenti, dopo spettacolo, tutti in comitiva al Santa Lucia, a mangiare pasta estremamente al dente e orecchia d’elefante. Gigi Pistilli, che ha lavorato svariate volte con mia madre, era un gourmet, e ad andare con lui in tournée si facevano piacevolissime esperienze culinarie!”.
Articolo di Enrico Zoi
Grazie ad Antonia Brancati da Gustarviaggiando

Il matrimonio di Antonia Brancati