Articolo di Enrico Zoi per la Rubrica  “A tavola con…” Roman Polanski.

La tavola secondo Roman Polanski

Come ha rappresentato il cibo nei suoi film il grande regista polacco naturalizzato francese? Senza pretendere di aver esaurito l’argomento, abbiamo provato a dare qualche indicazione interpellando lo storico del cinema e critico cinematografico Marco Luceri, che a Polanski ha dedicato nel 2021 il bel saggio Tenebre splendenti.

La prima cosa sulla quale l’abbiamo sollecitato è stata la mousse al cioccolato della cena a lume di candela di Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York (1968), uno dei capolavori del nostro autore, con Mia Farrow e John Cassavetes, tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin, un film ‘satanico’ che aprirà la strada a L’esorcista e a Il presagio.

La mousse al cioccolato di Rosemary’s Baby

“La scena – commenta Luceri – è quella in cui Guy Woodhouse (Cassavetes) e Rosemary Woodhouse (Farrow) cenano a lume di candela e chiudono il pasto con il dessert offerto loro dalla vicina Minnie Castevet (Ruth Gordon). Rosemary non pare apprezzare la mousse, ma Guy la convince a mangiarla. All’improvviso la ragazza sviene e, durante la notte, vive un incubo in cui il marito e i Castevet la consegnano a un essere mostruoso che la possiede.

Il dessert di Minnie, che a prima vista sembra un innocuo regalo culinario, come se ne fanno tanti tra vicini, diventa nella mente di Rosemary una sorta di “Cavallo di Troia”, uno strumento diabolico che si insinua nel suo corpo per destabilizzarla.

Marco Luceri

Marco Luceri

Questo aspetto è centrale nel cinema di Polanski, e in particolare nella cosiddetta ‘trilogia dell’appartamento’ (Repulsion, Rosemary’s Baby, L’inquilino del terzo piano), perché sono gli elementi più familiari, apparentemente innocui, proprio come il dessert, a dare accesso nella vita delle protagoniste al Perturbante (per come lo ha definito Freud) e a farci entrare in quell’atmosfera da incubo domestico che è caratteristica di questi film.

Ciò contribuisce a far scivolare la narrazione da un punto di vista oggettivo a quello soggettivo (siamo dentro o fuori il punto di vista di Rosemary?) e quindi a disorientare lo spettatore: ciò che sto vedendo è ‘reale’ o è solo frutto della fantasia della protagonista?”.

Almeno quattro i premi vinti da Rosemary’s Baby: Oscar e Golden Globe a Ruth Gordon come miglior attrice non protagonista e due David di Donatello, uno a Polanski come miglior regista straniero e uno alla Farrow come miglior attrice straniera.

 

La latta di cetrioli de Il pianista

C’è poi la latta di cetrioli de Il pianista (2002), con Adrien Brody, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo autobiografico (le sue tragiche peripezie durante la seconda guerra mondiale, a partire dal 1° settembre 1939) del compositore e pianista polacco Władysław Szpilman, Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2002 e vincitore di tre Oscar l’anno successivo: migliore regia a Roman Polanski, miglior attore protagonista a Adrien Brody, migliore sceneggiatura non originale a Ronald Harwood.

Prima di ‘essere trovato’, vagavo senza meta con una latta di ogórek, cetrioli, scovata in questa casa abbandonata e danneggiata…”, scrive Szpilman

La mousse al cioccolato di Minnie in Rosemary's Baby

La mousse al cioccolato di Minnie in Rosemary’s Baby

“L’uso degli oggetti nel cinema di Polanski – spiega Luceri – è molto importante, perché essi assumono un duplice significato, uno diciamo immediato e circoscritto e l’altro più nascosto, ma più ampio, come nel caso della latta di cetrioli nel Pianista, che è naturalmente un mezzo di sostentamento per un uomo che per tutto il film cerca di sopravvivere in mezzo all’orrore infinito che lo circonda, ma dall’altro diventa uno strumento ‘comico’, quasi da slapstick, con un lavoro eccezionale sul sonoro.

Questo perché nell’idea di cinema di Polanski, ogni situazione, anche la più tragica, ha sempre un risvolto comico, e viceversa: la realtà (e il cinema che ne è strumento di rappresentazione) non devono mai prestarsi a una lettura unica, ma duplice, molteplice…”.

La locandina di Per favore non mordermi sul collo!

La locandina di Per favore non mordermi sul collo!

Il cibo dei vampiri

Facciamo un balzo all’indietro nel tempo: nella commedia horror del 1967 Per favore non mordermi sul collo!, interpretata da lui stesso e da Sharon Tate, Polanski ironizza sui vampiri: come tratta questi esseri dall’alimentazione notoriamente poco ortodossa?

“L’aspetto materico del cibo è un altro degli aspetti del cinema di Polanski, in particolare nei film in cui egli si confronta con la tradizione dei generi. Per favore non mordermi sul collo! è una parodia del genere horror e in particolare del sottogenere dei vampiri, che nel cibo (il sangue) trova uno dei suoi caratteri mitopoietici.

Soprattutto nella prima parte del film (quella ambientata nella locanda) Polanski rovescia questo assunto: il cibo serve per nutrirsi, goffamente e animalescamente, non ha nessuna valenza poetica o drammaturgica, perciò è bestiale, fisico, materico, così come i personaggi non sono eroi buoni o cattivi, ma antieroi inadeguati alla missione che devono compiere (guarda anche la dimensione scatologica della scena in cui i due protagonisti di Pirati devono mangiarsi due topi, come punizione per il loro ammutinamento sulla nave spagnola)”.

La pinta di latte

Rimaniamo negli anni ’60. Abbiamo letto di un aneddoto, secondo il quale, in Cul-de-sac, film del 1966 Orso d’Oro al Festival di Berlino, Polanski fece ripetere per sedici volte a Lionel Stander la scena in cui beve una pinta di latte. Pleasence racconta: “Era necessario farlo. Polanski era l’unica primadonna di quel film”.

“Non conoscevo questo aneddoto, ma in generale Polanski non è uno di quei registi che vessano gli attori, è sicuramente preciso, perché nei suoi film ogni azione e ogni gesto attoriale ha un’importanza fondamentale, per i motivi che ho spiegato prima”.

La locandina di Oliver Twist

Oliver Twist

La storia di Oliver Twist (2005) inizia dal cibo, riprendendo in questo la trama del libro di Charles Dickens da cui è tratto…

“Oliver Twist è un film sull’orrore del mondo moderno, con un finale diverso rispetto al romanzo di Dickens. All’inizio la ritualità del cibo (che nel film è sempre poco e scadente) è parte di un meccanismo ‘di massa’, potrei dire ‘totalitario’, che è la forma attraverso cui si esprime l’alienazione e la disumanizzazione della prima civiltà industriale, da cui deriva la nostra. Nutrirsi diventa un’azione meccanica, parte del meccanismo (poi fordiano) che verrà di lì a poco, e cioè dell’organizzazione della giornata come tempo lavorativo. È anche da questo che Oliver cerca di fuggire”.

Qual è, in generale, il tuo giudizio sul cinema di Polanski?

“Citerei la quarta di copertina del mio libro Tenebre splendenti: ‘In più di sessant’anni di carriera, Roman Polanski, tra i più celebri e controversi autori del cinema contemporaneo, ha lavorato in contesti diversi (la Polonia sovietica, l’Europa, Hollywood), realizzando film di grande impatto e successo.

La sua parabola artistica è segnata da una creatività febbrile che ha incrociato alcune grandi suggestioni culturali del XX e del XXI secolo. Dalla fascinazione giovanile per il surrealismo all’emergere di una poetica moderna sull’identità (Il coltello nell’acqua), legata spesso ai luoghi come spazi da cui emerge il perturbante (Repulsion, Rosemary’s baby, L’inquilino del terzo piano, Cul de sac, Carnage), da un’originale riformulazione delle architetture di genere (Chinatown, Frantic, Luna di fiele, La nona porta) all’amore per la tradizione e la materialità del cinema (Per favore, non mordermi sul collo!, Pirati), fino alle grandi riflessioni che spaziano dalla letteratura (Tess, Oliver Twist) al teatro (Macbeth, Venere in pelliccia), dall’arte alla musica (Che?, La morte e la fanciulla), dalla politica (L’uomo nell’ombra) alla storia (Il pianista, L’ufficiale e la spia). Il suo è un cinema unico, che non ha mai smesso di affascinare e sedurre”.

Chi è Marco Luceri

Marco Luceri (1981) ha conseguito il dottorato di ricerca in storia del cinema all’Università di Firenze, è il critico cinematografico del “Corriere Fiorentino” (“Corriere della Sera”), il responsabile della programmazione cinematografica di Giunti Odeon, il direttore artistico del Valdarno Cinema Film Festival e il coordinatore del Gruppo Toscano del Sncci (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani). Collaboratore di numerosi festival, ha curato rassegne, retrospettive, incontri ed eventi speciali. Ha pubblicato vari saggi e interventi su libri e riviste specializzate, sia in Italia, sia all’estero. È autore dei libri: “Tenebre splendenti. Sul cinema di Roman Polanski” (ETS, 2021), “Un sorriso e un enigma. Il cinema di Michel Piccoli, attore” (Mimesis, 2022), “Odeon. Un secolo di cultura e cinema” (Giunti, 2023).